CICALONE SI O CICALONE NO?

E allora, prima ancora di chiedersi chi è Simone Cicalone, forse bisognerebbe domandarsi perché figure come la sua riescano a emergere, a raccogliere consenso, visualizzazioni, sostegno emotivo. Perché riescono a intercettare un sentimento diffuso che va ben oltre la persona o il canale YouTube.

Sono in molti ad accusare il noto youtuber di farsi giustizia da solo, di organizzare squadre di vigilanza simili alle ronde fasciste, di creare situazioni ad hoc per alimentare l’hype dei suoi video. Altri sostengono che faccia soldi mostrando il degrado, trasformando la povertà, la marginalità e la dipendenza in contenuti monetizzabili, soprattutto nei contesti urbani più fragili come Roma e Napoli.

Sono critiche che, in parte, possono anche essere fondate. Ma fermarsi a questo rischia di essere una scorciatoia morale: puntare il dito contro il sintomo senza interrogarsi sulla malattia.

Cicalone esiste perché qualcosa, a monte, non funziona. Perché esiste un vuoto. Un vuoto di presenza dello Stato, di efficacia delle istituzioni, di credibilità della politica e, in certa misura, anche della società civile. Quando intere aree urbane vengono percepite come “zone franche”, quando il cittadino medio avverte che la legalità è selettiva e che il rispetto delle regole è opzionale, allora qualcuno finisce inevitabilmente per occupare quello spazio.

Qui entra in gioco anche la teoria della devianza. La devianza non nasce nel vuoto: è spesso una risposta a un sistema normativo che non riesce più a includere, a regolare, a dare senso. Quando le norme esistono solo sulla carta e non nella pratica quotidiana, quando la sanzione è incerta o assente, la linea tra comportamento lecito e illecito diventa sfocata. E in questo contesto, paradossalmente, chi “ripristina l’ordine” – anche in modo discutibile – viene percepito da alcuni come legittimo.

Questo non significa giustificare l’autotutela o la giustizia fai-da-te. Ma significa riconoscere che il problema non è (solo) chi interviene, bensì chi avrebbe dovuto intervenire prima e non l’ha fatto.

Allora mi chiedo: qual è l’alternativa? Ignorare totalmente il problema? Accettare che alcune zone delle metropoli italiane siano di fatto prive di legge, dove il degrado è normalizzato e chi lo subisce deve semplicemente “abituarsi”? Davvero la risposta più etica è voltarsi dall’altra parte?

Il tema dei diritti è centrale. Totale apertura dei confini – e sono il primo a riconoscere l’esistenza dei diritti naturali, il diritto alla vita, alla dignità, a un’esistenza migliore – ma al tempo stesso salvaguardia dei diritti dei cittadini che pagano le tasse e si aspettano sicurezza, vivibilità, decoro urbano. Non come capriccio borghese, ma come condizioni minime per una convivenza civile.

Esiste una gerarchia dei diritti: il diritto alla vita viene prima del diritto a una strada pulita, senza dubbio. Ma questa gerarchia non può trasformarsi in un alibi per l’assenza di regole. Perché la domanda scomoda resta: esiste un diritto senza il corrispondente dovere?

La tradizione dei diritti naturali – da Locke in poi – ci dice che i diritti fondamentali appartengono all’uomo in quanto tale, indipendentemente dal suo comportamento. Ma anche in quella tradizione il patto sociale implica doveri: il rispetto delle leggi, della libertà altrui, dello spazio comune. Senza doveri, il diritto rischia di diventare una pretesa assoluta, svincolata da qualsiasi responsabilità.

Posso rivendicare il diritto al voto se non voto mai? Formalmente sì. Ma politicamente e moralmente quella rivendicazione perde forza. Allo stesso modo, posso rivendicare il diritto alla città, allo spazio pubblico, se contribuisco attivamente al suo degrado? La risposta non è semplice, ma ignorare la domanda è già una scelta.

Forse il vero nodo non è scegliere “da che parte stare” tra Cicalone e i suoi detrattori. Forse il nodo è ammettere che siamo di fronte a un fallimento collettivo, dove la devianza non è solo quella di chi vive ai margini, ma anche quella di uno Stato che abdica al suo ruolo e di una società che preferisce indignarsi a distanza piuttosto che affrontare il conflitto reale.

Cicalone, nel bene e nel male, è uno specchio. E come spesso accade con gli specchi, il problema non è l’immagine riflessa, ma ciò che rivela di noi.

E tu, allora, da che parte stai?
Dalla parte delle risposte semplici o da quella delle domande scomode?

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