L'ALTRA FACCIA DELLO SMART WORKING
E' dal lontano settembre 2020 che lavoro prettamente da remoto... è bello potersi svegliare quella mezz'oretta più tardi, evitare il traffico mattutino della caotica Napoli o addirittura farsi lo stand-up con il pigiamone di pile. Ho più volte evidenziato i vantaggi dello smart working, inveendo spesso contro i post social di CEO e CTO che inneggiavano un ritorno alla normalità.
Ma, oggi, mi chiedo: qual è il costo opportunità di tutto ciò? Che prezzo stiamo pagando per questa modalità di lavoro flessibile? Il nomadismo digitale è davvero il Santo Graal della felicità?
Personalmente, le mie giornate sono quasi sempre tutte uguali... talmente uguali che, a volte, prego il Dio affinché mi mandi un bug in produzione. Il coffee break diventa una pausa con il proprio "omino del cervello", il pranzo un momento in cui mettersi al cellulare scrollando le bacheche di Instagram e TikTok in cerca della dose giornaliera di dopamina. Il concetto di pausa sigaretta? Sostituito da un giretto in pigiama verso il frigo, sperando che da qualche piega spazio-temporale emerga magicamente qualcosa di nuovo rispetto all'ora precedente.
A ciò si aggiunge una superficialità nei rapporti umani con i colleghi che pensavo di poter trovare solo in scenari distopici o cyberpunk: posso dire che è quasi più empatico ChatGPT che il Marco, il Ciro o il Bharath di turno. Lavoro con persone che raramente ho conosciuto dal vivo o comunque abituate al contesto virtuale, giovani ragazzi che considerano il remote working la normalità non avendo conosciuto e vissuto la vita aziendale pre-pandemia. Riunioni su Teams in cui nessuno accende la webcam, brainstorming ridotti a silenzi imbarazzanti su Slack, feedback che arrivano come stringhe di codice più che come conversazioni reali. E il venerdì pomeriggio? Immancabile call di team-building che si traduce in un'ora passata ad ascoltare qualche manager illuminato che prova a infondere spirito di squadra con frasi motivazionali pescate su LinkedIn.
L'organizzazione del lavoro agile e snella che prevale nei contesti odierni - come ricerca di maggiore controllo e supervisione del lavoro a distanza - ha sì un maggiore fit alle esigenze di delivery e di time to market, ma semplifica e minimizza le attività al punto tale che un task è portato a termine senza conoscerne gli aspetti funzionali e di dominio sottostanti. I progetti si chiudono con un click, le feature si rilasciano con un merge request, il pensiero critico viene demandato a una doc che nessuno leggerà mai.
Le tecnologie che avanzano, condite dall'ingrediente principale dell'AI, riducono il ruolo dello sviluppatore a un configuratore o cercatore di sapienza digitale altrui, relegando la creatività ai margini ed eliminando un po' la magia dello "sbattimento" e delle ore passate alla ricerca di una soluzione. È un loop infinito di copia-incolla, refactor, prompt su ChatGPT e test automatici che ci illudiamo di aver scritto con consapevolezza.
La conseguenza di tutto ciò è l'alienazione, un allontanamento dalla realtà e un crescente malessere psicologico: la ripetitività delle mansioni, tipica delle catene di montaggio del fordismo novecentesco, combinata all'isolamento dello smart-worker, rischiano di produrre generazioni poco motivate nei confronti del lavoro e, di conseguenza, della vita.
Senza contare il fatto che il concetto di "tempo libero" si sfuma in un'ibridazione continua con il lavoro: la scrivania diventa il confine sottile tra l'essere operativi e l'aver finito la giornata. E così, tra un'email di troppo alle 20 e una riunione che "tanto sei a casa", il work-life balance diventa una leggenda metropolitana raccontata nei podcast di crescita personale e dai guru del web.
Lo scenario descritto è un po', volutamente ed ironicamente, catastrofico... ma quanti di voi si rivedono minimamente nel "framework" descritto?
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